Anita Sieff
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  In affanno di parola, ci si rifà spesso alla lista; all’esser primi nell’elenco (aspetto rassicurante della propria posizione nel mercato identitario) o a ripercorrere ciò che sono gli altri a partire dall’elenco di ciò che hanno fatto. Anche quando si vuole essere ricercati o si ricerca qualcosa si usano escamotage per comparire in cima all’elenco. Certo, anche le liste sono aperte, ma assegnano posizioni ed eventuali esclusioni. L’ossessione della lista è stata sdoganata come salutare ammissione che per essere individuati e ascoltati bisogna farsi trovare. È necessario posizionarsi, definirsi. Lista uguale lizza. Anche quando l’elenco è promiscuo, aselettivo: le virtù vengono dopo e se giocano un ruolo, è nel posticipo, partita a latere.
Opere che cercano di superare le precedenti all’interno del catalogo ­ d’artista, aspirazioni artistiche che si inseriscono in un movimento per ­ primeggiarvi, inventario preventivo dei materiali elettivi: nulla di più estraneo al fare artistico di Anita Sieff. Con le liste in mano, si finisce ­ subito la ricerca su questa artista. In grazia alla sua estraneità.
Le opere non stanno necessariamente in un catalogo, ma possono essere mobili parti di insiemi potenzialmente diversi che si ricompongono ­ dentro un preciso spazio: esistono per abitarlo. Gli ismi artistici restano una morfologia di territori emersi e distinti che consente a una poetica di cercare cittadinanza, ma resta l’opzione di abbracciare l’intera geografia di soluzioni per ciò che hanno ancora di sommerso. La lista, poi, ha a che fare con il riconoscimento, mentre in Anita Sieff non ci sono che avanzamenti a vista, proiezioni interrogative, dialoghi intimi al di là di ogni familiarità preliminare. La logica del consumo è quella dell’assoggettamento preventivo dell’identità dell’oggetto, e persino del soggetto o dello spazio in cui si trova. Il consumo è una bolla di senso conclusa in sé stessa che per non essere troppo malinconica deve sempre avere la lista in mano di ciò che ancora resta da consumare. Tornare alla biografia è allora tentare di porre rimedio a questa paradigmatica esistenziale che trasferisce il movimento dell’esistenza in uno spostamento selettivo nello spazio della lista.
Nel tracciare la propria biografia l’esistenza viene restituita necessariamente secondo sbalzi successivi, distacchi tra una forma disegnata e contenitiva e una materia d’emozione e vissuti che ancora sfugge, si ritrae, reclama, ancora e sempre, nuove apprensioni. Mettere al centro del proprio fare ­ artistico questo “resto”, mai definitivamente colmabile, significa per Anita Sieff lasciare che lo scacco della scrittura, del disegno, della composizione si inscriva internamente ad ogni opera. Vi è una sorta di palinodia interna ad ogni forma di “registrazione” della percezione. E questo carattere ­ sfuggente presto si invola in tanti altri raddoppiamenti, in innumerevoli sbalzi: la certezza dei segni – quelli apparentemente domesticati e sottratti agli estemporanei capricci della percezione – si dimostra mera traccia indiziaria di altre trame sotterranee, ordite senza progetto; l’attestazione della percezione – quella che dovrebbe saldare i conti con il presente – si palesa famelica dei territori della finzione, delle superfici distaccate dell’opera, dello schermo, sogna di moltiplicare i piani.
La tridimensionalità, la plasticità del vivere non è un dato di partenza, ma solo il paradossale procedere di questi sbalzi di senso, di radicamento dei valori, dove composizione e percezione, biografia e esperienza si distaccano creando quella sola ampiezza di vita che ci risulta amabile. Già, è così: perché l’attaccamento si può dare solo nelle “giunture”, nelle articolazioni, negli snodi. Ed è proprio l’affettività nell’opera di Anita Sieff a rinaturalizzare questa complessità di prospettive, di aggetti sul nulla, di ponti esistenziali sospesi; è questa affettività a facilitare la tenuta di un’esistenza anche quando non c’è più trama, percorso elettivo. Osservare la compenetrazione della propria casa, del proprio spazio d’esistenza, del proprio intorno affettivo, la dipendenza dolce dai vuoti, lacune che sono già lagune, lidi da attraversare, che sostengono ad ogni mancamento: questo è il primo invito che l’opera di Anita Sieff propone.
La varietà della sua espressione artistica, l’eterogeneità di materiali e tecniche, i sottili rinvii tra le opere, il sincretismo delle installazioni in nulla si propongono come rebus da risolvere, né tantomeno sottendono una tesi generale da reperire. Sono “arredo” di uno spazio liminare tra l’intimità della casa e la profondità aperta del “comune”. Anzi, come si diceva, l’idea del limine andrebbe sostituita con quella della compenetrazione, se non fosse che questa crea appunto una paradossale convivenza tra la ­ chiusura e l’apertura, il pudore e l’ostensione, il privato e il pubblico. Del resto, è proprio a partire da questa paradossalità che l’opera di Anita Sieff reclama uno spazio mitico in grado di tenere assieme degli opposti, di ­ rendere praticabile la compenetrazione, di inscrivere dentro casa, dentro le configurazioni, gli sbalzi onnipresenti dell’ancora possibile.
In questo senso siamo di fronte a una ­ poetica nient’affatto connessa all’idea di “rifugio” o protesa a uno spazio narcisi­stico; è in seno alla casa che tutto il “fuori” è ancora dispiegabile, e non per una forma di ripiegamento o sforamento mistico, ma per un presidio delle relazioni, per un ­ continuismo tra individuazione e socializzazione, per un allargamento dello spazio comune che non debba assecondare la scorciatoia del codice. L’intromissione delle mediazioni fredde che rendono evanescenti e infine insignificanti le percezioni perseguono in fondo la reificazione di un unico terreno istituzionale di confronto (sia esso quello della legge, della scienza o della religione rivelata).
È sulla base di questo sfondo che ben si può comprendere l’apparizione tematica dell’abbandono; quest’ultimo è la negazione stessa del presidio, del riconoscimento delle relazioni e soprattutto è il massimo agente di depossibilizzazione del fronte esistenziale. Abbandono è allora nell’opera di Anita Sieff non tanto il distacco tra persone, ma la negazione di “casa”, di spazio comune, sottrazione di storia come presidio del futuro.
La proliferazione degli abbandoni lascia tutta una coltre archeologica di frammenti, opere sparute e talvolta frammentarie, appunti e schizzi, che tutte assieme, tuttavia, riescono a intonare un canto a bocca chiusa, che non predica nulla, non articola alcunché, ma riesce a fare consistere quella nube, quell’addensamento di senso minimale che lascia ancora essere il possibile nella sua apertura indefinitiva. Sta qui la generosità dell’amore, nell’attenzione al possibile che il passato non nega ma in realtà sostiene: se vi deve essere palinodia, quella – come detto – è propria solo della ­ composizione chiusa, delle pretese predicative, dello schiacciamento scritturale in un’unica dimensione. L’abbandono, di fatto, si sostanzia spesso in un reclamo spinto al principio di realtà, alla lettera d’addio, alla scrittura della fine. Ma anche le scritture sono senza fine, e lo schiacciamento si moltiplica, diviene sigillo di tante mediazioni diverse, e più si cerca la definizione statutiva del sé che esse paiono consentire, più esse sembrano infine aspergere qualsiasi coesione identitaria con la percezione di un me di radicamento. Le certificazioni sono certificazioni di uno scacco, vittorie di Pirro, su un terreno piatto, scacchiera di strategie senza più sbalzi, profondità di campo, aperture e, certamente, anche ferite.
Tuttavia, se mai c’è salvezza non sta nelle scritture, ma nelle compenetrazioni, nell’accettazione delle dipendenze gravitazionali della propria casa; quest’ultima, come ogni mondo, non è in grado di autointerpretarsi e non può che trovare senso in altri mondi (quello del sogno, dell’immaginazione, dell’infinitamente piccolo e dell’infinitamente grande). Gli equilibri instabili tra questi mondi di riferimento sono esattamente ciò che individua una coscienza e nutre un pensiero dell’attraversamento. Si tratta di una coscienza di dipendenze e di instabilità, incline alle ironie dolci sul proprio e altrui destino,(1) capace di ammirare la decristallizzazione delle identità nel tempo, la loro ammirevole perdita di forma per tenere il campo ed espandersi. Se c’è un’ecologia in questa poetica essa si sostanzia nel rifiuto di una riduzione oltranzista dell’indeterminazione, che anzi si spinge ad assumere omeopaticamente.
Anita Sieff ama gli specchi che interrompono parzialmente il discorso, le ombre e i loro dialoghi in negativo, gli oggetti quotidiani che tramano ordini silenziosi, le dislessie, le esperienze non confinabili dentro un gioco linguistico esplicito. Di qui, si dipana la sottile aura etica del suo fare artistico, il suo incontrare l’intraducibile, il suo sfidare la voce, l’immagine, il segno che manca. Se c’è del “dire” esso deve sposare il regime concessivo (e nient’affatto incontrovertibile) sotto cui gli eventi si appaiano e sommano. Se c’è cinema o c’è poesia in Anita Sieff, esso si può dare solo a patto di rinunciare alla linearità, all’ordine sintagmatico a senso unico, per abbracciare la tabularità propria dell’immagine, la sua ramificazione di nessi senza orientamenti privilegiati.(2)
Inceppamento di discorso e intermittenza del senso fanno parte di una discrezione artistica confrontata com’è con un’umanità frammentata che ricostruisce esclusione ad ogni eccesso d’autoaffermazione: ecco allora l’idea di un “mosaico bianco”, dove ogni tessera trama mobili relazioni con le altre a partire dalla sua diversa, incidentale reazione alla luce.
“La luce modifica la coscienza perché distrugge la forma” – riporta il titolo di un’opera di Anita Sieff.(3) E correlativamente la percezione viva sottratta alla contemplazione che la cristallizza facendola credere dominante – si fa un tutt’uno con l’azione: perce-azione. Come non c’è nulla da perfezionare nell’arte, così il mondo non s’appaga di alcun modello: non c’è che mobilitazione costante del chiasma corpo-mondo, in una visione monistica e nel contempo componenziale del mosaico bianco che si dà attorno e dentro di noi.
Il cicaleggio (4) è l’attivazione brulicante e polisensoriale dello spazio, topologia den­sa di presenze e nel contempo totalità integrata, coltre di suono e sciame in apparente fuga, territorio abitato e landa selvaggia, estensione definita e campo di indeter­minazione. Anche sul piano temporale il cicaleggio appare come una figura chiarificatrice; il sincronismo delle azioni convergenti e delle procedure non appare sensato in questa composizione di suono stocastica e contemporaneamente integrata e pulsante, capace di esemplificare una durata, un’estensione della presenza, anzi della compresenza. Inoltre, il cicaleggio non è un ­ paesaggio sonoro, qualcosa che un punto d’ascolto costruisce come uno scenario che fronteggia, essendone separato da una certa distanza; il cicaleggio è avvolgente e illocalizzabile, nel mentre non sembra intaccare il tempo disponibile per qualsiasi altra iscrizione eteronoma: lascia spazio all’iniziativa di voce, al prendere respiro, al riso come al lamento. Appare come una riserva di tempo, un tempo interstiziale di­sponibile, serpeggiante lungo le innumerevoli fonti di emissioni, nessuna delle quali impegnata in una promessa di continuazione. Un tempo di accoglienza in cui il mondo stesso appare rispondere alla domanda “Hai tempo per me?”,(5) domanda che invece, in chiave interpersonale, può divenire strategia di intercettazione ossessiva dell’alterità che porta ad esaustione, suo malgrado, la disponibilità dell’interlocutore.
Il cicaleggio disegna poi una figuratività che tende all’astrazione, alla pulviscolarità e all’indeterminazione; come è stato spesso notato dai critici, c’è nell’opera di Anita Sieff una tentazione indubbia all’astrazione, ma è astrazione vista in filigrana, talvolta vista persino attraverso la densità figurativa dell’aneddoto, della vicenda umana che ha nome e cognome. L’astrazione ricerca una sorta di struttura-ponte che possa mettere in rima le esperienze e, se possibile, le esistenze; astrazione come ricerca di una traducibilità, di una messa in risonanza che privilegia la paradigmatica inter-identitaria piuttosto che la sintagmatica del singolo.
L’opera di Sieff tende ad adattarsi allo spazio in cui si realizzano le esposizioni, concertando, insieme alle specificità del luogo, nuovi possibili cammini di senso per lo spettatore; in una tale prospettiva, il nuovo progetto Psyche non può “dimenticare” la presenza del La nascita di Venere di Ettore Tito o del ciclo di dipinti di Giulio Aristide Sartorio (Il Poema della Vita Umana), dato che questi “abitano” Ca’ Pesaro e nutrono relazioni ora di nuovo vive con il mito ridestato da Anita Sieff. Inserire all’interno del film queste opere non è opzione che costruisce un effetto di citazione, di dialogo poetico (all’insegna di un retaggio simbolista), bensì riproduce intestinamente un respiro spaziale che è proprio dell’esposizione e dell’esperienza dello spettatore così come moltiplica gli aloni del tempo che ogni artista ha lasciato nello stesso luogo. Queste compresenze mutuamente interrogative sono la chiave anche per comprendere le relazioni tra installazioni video, disegni, oggetti, fotografie che caratterizzano le esposizioni di Anita Sieff; ecco allora che in modo perfettamente parallelo l’artista concepisce le proprie poste semantiche come rivelatorie di passaggi, di topic esistenziali. Anche dei miti interessa questa nudità strutturale, queste linee astratte che come risonanze trans-storiche offrono terreni comuni alla personale interpretazione. Il mito non è quindi ripreso come destino segnato o come eterno ritorno della stessa storia; più che fatale, il mito è il piano in cui giocare la controfatalità, il ­ terreno fertile per un punto di vista correttivo e emancipatore, ispirato dalla fame di un altrove, un altrove a ben vedere sempre disponibile. L’astrazione è il richiamo di una trama di relazioni di base da cui aspettarsi la densità dettagliata di una reazione, di una risposta, di un approfondimento.
Come in un’icona, le immagini di Anita Sieff sono composte attraverso una prospettiva rovesciata, una prospettiva che colloca perciò il punto di vista internamente allo spazio rappresentato: guardiamo quello che si vedrebbe stando all’interno di ciò che ci si mostra. Questa adesione, questa sutura è poi moltiplicata, pluralizzata, secondo punti diversi per cui, infine, è il mondo rappresentato che integra le po­si­zioni, e non invece un’unica posizione di osservazione ad integrare il mondo. Quando entrando nello spazio espositivo di Hai tempo per me? scopriamo il titolo sotto forma di scritta rovesciata che uno specchio ci aiuta a ribaltare, ecco che il nostro volto riflesso, appaiato alla domanda, ci porta all’interno ­ dell’opera malgrado questa pareva coincidere con lo spazio in cui l’installazione è inscritta. Perché l’astrazione sia efficace deve ­ divenire interrogazione personale.
È in una tale prospettiva che si deve inquadrare anche l’ultimo lavoro ­ dell’artista, ovvero Psyche (2011). La ripresa di questa celebre vicenda mitica non intende limitarsi ad una attualizzazione in chiave contemporanea, ma nemmeno nutre l’aspirazione di compierne un’esegesi. Piuttosto intende riaprire i corridoi della storia, quelli che corrono dal passato al ­ presente;(6) e ciò per liberare il mito da ogni cristallizzazione di senso restituendogli invece un potenziale interrogativo e un ancoraggio percettivo. Rispetto a una narrazione apocrifa per eccellenza quale il mito, la mano d’artista della Sieff non intende aggiungervi alcun nuovo solco o variante personale, per tenere invece pienamente “areato” lo spazio di senso che lo pervade. Il fruitore viene invitato a porsi in simbiosi con i personaggi, nessuno dei quali ha la parvenza di prevalere sugli altri, essendo la posta ultima e la vita stessa della struttura mitica quella dell’interrogazione ­ reciproca dei caratteri. Il destino personale è aperto e nel contempo frutto dell’intersezione con tutti gli altri destini; ma la crudeltà del mito ha come altra faccia della medaglia una visione etica che pare anticipare ­ l’intersezione ultimativa dei destini.
Per contro, la trama aneddotica dell’esistenza, a cui Anita Sieff cerca di rimanere legata, sposta questa intersezione ultimativa e spesso tragica dei destini in un pattern di scelte individuali che sono trama e ordito di una successione di intersezioni ininterrotte, alcune di infima portata altre di vastissima risonanza.
In conclusione, il monito ultimo lanciato dall’opera di Anita Sieff è quello di non risolvere la posta del conoscere l’altro nel sapere; non appena si cerca di ridurre a contenuto l’esperienza dell’alterità o di desegretare la realtà, ci si ritrova davanti alla nudità di una perdita. Eros e Psiche diviene così il terreno d’esemplificazione di atti d’amore siglati dall’adesione a ciò che non si può “comprendere”: aderire al corpo invisibile dell’amato, aderire all’ombra, aderire a una memoria che non può essere più ridestata come discorso.



(1^) The Fashion Weather Forecast 2012, DV Master riversato in dvd, 2008.
(2^) L’esito più chiaro ed estremo di ciò è Dislessica. La forma non informa, pellicola 8mm riversata in digitale, installazione video con dieci monitor, 1999-2000.
(3^) Das Licht verändert das Gewissen weil es die Form zerstört, installazione a parete, sei scritte al neon, 17 tubi in vetro specchiato, 2008.
(4^) Cicaleccio, installazione sonora, led luminosi ed essenze profumate, 2010
(5^) Hai tempo per me, installazione sonora, scritta al neon, 2010.
(6^) Anita Sieff, nella personale Ordine di senso (Venezia 2010), ha approfittato degli spazi espositivi della Fondazione Querini Stampalia per entrare in dialogo con il passato di cui trasudano le stanze del museo; nell’installazione sonora Risonanze (2010) assistiamo alla rianimazione dello spazio conviviale di una sala da pranzo attraverso delle voci contemporanee, o in Poesia (2010) un componimento poetico, scritto dalla stessa Sieff, viene declamato tanto nell’italiano contemporaneo, quanto in una versione che sposa la lingua del Settecento, epoca in cui era vissuta Elena Mocenigo, appartenente alla famiglia Querini Stampalia (evidente il tentativo di costruire un parallelismo di esperienze ed afflati in rapporto al luogo).



Psyche, Ca' Pesaro - Galleria internazionale d'Arte Moderna, Venezia, 2011