Anita Sieff
Anita Sieff - La coscienza del vivere
      Chiara Bertola
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ESSAYS

Apsyche
Apsyche
Giulio Alessandri

Feeling is the Parameter of Contemporarity
Il Sentire è il Parametro del Contemporaneo
Marco Ferraris

Psychic Perception
La percezione psichica
Anita Sieff

A.A.A. (aderire all'aperto [adhering to the open]) - In search of Anita Sieff
A.A.A. (aderire all'aperto) - Cercasi Anita Sieff
Pierluigi Basso Fossali

Anita Sieff - La coscienza del vivere
Chiara Bertola

Situazioni della vita quotidiana: riconciliarsi con il presente
John Peter Nilsson

Prove di una "drammatica"
Stefano Coletto

Anita Sieff: Forms of Celebration
Anita Sieff: Forme di Celebrazione
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The Art work as a place for relation
Opera come luogo della relazione
Chiara Bertola

The 21st Century Odalisque
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Rethinking art practises: What is the new in new?
Riconsiderando le pratiche artistiche: Cosa c'è di nuovo nel nuovo?
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Scultura sociale
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Anita Sieff
Carlo Montanaro

La sperimentazione artistica in Guggenheim Public
Sandra Caroldi

Anita Sieff
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Quale sentire riconosco nel frastuono della realtà contemporanea? A quale linguaggio devo prestare ascolto? Che valore hanno le immagini dei sogni rispetto a quelle della realtà? Quale coscienza riesco ad avere dell'impermanenza della vita?
Questo il tenore delle domande sollecitate da "Ordine di senso", la mostra di Anita Sieff pensata e "cresciuta" negli spazi e nella storia della Fondazione Querini Stampalia. L'artista propone di seguirla su un cammino intellettuale e visionario che simbolicamente mette al centro i fenomeni che caratterizzano gli emisferi del nostro cervello - quello destro del sogno, delle emozioni e quello sinistro della veglia, della logica - per inoltrarsi nell'intimità profonda dell'io, quindi attraversare le emozioni e giungere alla coscienza soggettiva «molto spesso addormentata anche se nello stato di veglia».
La mostra si compone di video, di racconti disegnati e scritti, di report di sogni, di mappe astrologiche, di oggetti, di talismani, di lettere, di fotografie, di voci, di odori, di suoni, di luce, di rosso e di oro... Ogni frammento esposto porta a dimostrare come la soglia sulla quale si rappresentano e animano le visioni del nostro sentire, sia sempre fluida e in costante trasformazione.
La mostra di Anita Sieff è un'esperienza che avvicina a quel "confine" cui è possibile avere accesso soltanto a costo di non tenersi nei limiti. Perché questo è forse quello che ci chiede prima di tutto l'artista: abbandonare il problema dell'orizzonte unico, per analizzare la frattura, il margine, le trasformazioni, le relazioni. Andare alle origini, recuperare la Storia, diventa, come sottolinea l'artista, «il modo per riconoscere la bontà di un piano che ci ri-orienti e conforti nel farci approdare al nostro destino personale».
Molto del suo lavoro si è nutrito di saperi trasversali, percorsi occulti e dottrine dimenticate come l'Alchimia e l'Astrologia o di quelle teorie scientifiche più rivoluzionarie. È sensibile, per esempio, a quell'indeterminazione su cui si basa la fisica dei Quanti: un qualcosa (o un qualcuno) s'individua non più nella chiusa e rigida relazione di causa ed effetto newtoniana, ma tenendo conto di una serie di stadi di reazione e di condizioni di mutabilità non solo spazio-temporali. In tale prospettiva una cosa è sopra, sotto, ma anche di lato, dentro, fuori...
La realtà di fronte alla quale ci pone quest'artista è, infatti, discontinua, caotica ma soprattutto sempre in trasformazione. È come una realtà microfisica della quale, nel momento in cui si cerca di osservarla e comprenderla, sfuggono le regole.
Vivere la realtà non significa essere identificati dai fatti che la compongono: Sieff ci indica quell'altro modo, centrato sulla consapevolezza dell'osservatore o del percettore, sullo sguardo che non porta attribuzione. Da questo punto di vista i fatti sfilano, accadono incessantemente, nascono e muoiono alla percezione. Diventa evidente, se così viene osservata la realtà, il principio dell'impermanenza, dell'inconsistenza, della transitorietà, della vacuità di tutto il manifestato. Anita entra dentro quest'inconsistenza e la sua mostra è un percorso in cui tutto viene sospeso per entrare e continuare a trasformarsi in qualcosa d'altro finché io, riconoscendolo, non gli ho dato un senso.
Così, la narrazione o meglio le narrazioni, i piani sequenza del film della sua installazione principale, " Ordine di senso ", sono percorsi da un moto spezzato, secondo cui le immagini non seguono un fluire lineare, ma piuttosto una proliferazione di tragitti e di direzioni, in un'apertura continua di prospettive inaspettate e imprevedibili.
Ordine di senso è formata da tre schermi su cui scorrono le immagini di tre stati della nostra mente: la veglia (l'attenzione, la logica di un racconto lineare ), il sogno (le apparizioni dell'immaginazione) e la coscienza (la percezione di sé); in tale rappresentazione l'artista ha voluto insinuare il sospetto che di questi tre livelli non si riesca mai ad avere una completa unità, mai la simultaneità dei registri.
Accettando l'impermanenza come principio base dell'esistenza, sappiamo che possiamo fluire e muoverci con le circostanze eternamente mutevoli della vita, anche se niente succede mai veramente per caso, ed ogni cosa prova che ognuno procede per diventare ciò che è. I pensieri, le emozioni, le azioni, sono sempre lì, in un flusso incessante che scorre nel presente; le cose che sono accadute sono diventate memoria, ma sono ancora disponibili, testimoni pronti per ogni comparazione e connessione; quelle che accadranno sono anch'esse lì, come prefigurazione, desiderio, sogno, proiezione. Dodici persone camminano avanti e indietro in un enorme magazzino dismesso. Sono attori, alcuni vestiti con abiti di scena, altri con l'abbigliamento di ogni giorno. C'e un uomo con un cappello di paglia e occhiali neri che tenta di imporsi come regista, ma nessuno gli bada. Il film, come mi rivela l'artista, nasce da un sogno che lei stessa ha realmente fatto, in cui è dentro un set dove gli attori stanno aspettando invano il loro regista. Un tema ricorrente nella storia del cinema, ma che questa volta è usato come pretesto, utile soltanto ad accentuare e rappresentare lo stato ambiguo tra la finzione e la realtà, per cucire tempi diversi della storia con quelli del presente. L'attesa degli attori diventa un felice pretesto che dà loro tempo - la scena si svolge anche nel Palazzo della Querini - e consente all'artista di risolvere gli andirivieni tra la storia e la realtà, ad esempio di connettere il passato con il presente facendo incontrare uno degli attori/Andrea Querini con il fantasma di Elena Mocenigo sua moglie. In quest'attesa infinita del regista, gli attori riescono a darsi tempo per "vedere" e mettersi all'ascolto di qualcosa che non avrebbero mai nè visto nè udito... Nelle sale del Museo, la mostra di Anita Sieff continua con quattro installazioni sonore e non è un caso che in una delle stanze ci sia una voce che insistente e malinconica dica, in più lingue, «hai tempo per me». Già... darsi tempo...
Riconosco in questo procedere dietro la camera da presa di Anita Sieff, l'insegnamento del suo maestro, Michelangelo Antonioni, con il quale l'artista ha collaborato in diverse occasioni e a cui questa mostra è dedicata.
«Per quanto mi riguarda all'origine c'è sempre un elemento esterno, concreto, non un concetto, una tesi, e c'è anche un po' di confusione, all'origine probabilmente il film nasce proprio da questa confusione... La difficoltà consiste nel mettere ordine» (Michelangelo Antonioni).
Ma cosa significa per quest'artista mettere ordine? In un periodo in cui a scrivere la Storia sono soprattutto i media, riuscire a raccontare la propria storia significa emanciparsi dall'omologazione e dall'appiattimento che l'informazione impone disattivando la nostra coscienza; significa formarsi un'immagine capovolta del potere, smettere di credere che ci parlino di libertà tutti coloro che oggi vogliono farci dire chi siamo, cosa facciamo, cosa dobbiamo ricordare e cosa abbiamo dimenticato, quello che non dobbiamo pensare, quello a cui dobbiamo credere o non credere affatto.
Riscrivere un proprio "ordine di senso" significa, per quest'artista, darsi la possibilità di un proprio destino, chiedere a ognuno di non fidarsi dei dati ricevuti e di un unico parametro di interpretazione ma di dare valore al proprio sentire.
Ecco perché, per Anita, il sentire è il parametro del contemporaneo. Solo i nostri sensi - quelli del sentimento e dell'intuizione - danno il tracciato e la mappa su cui muoversi. Un po' come dire: è necessario fare ordine per poter avere chiarezza.
Anche nell'incontro con l'opera il visitatore può elaborare, portare in sé e con sé significati diversi, contribuendo anch'egli a dare un ulteriore ordine al senso delle cose.
Entriamo per esempio nella stanza che contiene Interni . L'opera nell'angolo a parete è composta da tante piccole tele bianche quasi a formare idealmente la sagoma di un cervello. Sulle telette sono disegnate con matita sottile e lieve sagome perlopiù di vasi, ciotole, bottiglie, contenitori che si mischiano a forme di cervello, carciofi, finocchi, ananas. Il ritmo pacato della trama fitta delle tele bianche, è acceso ogni tanto dalla presenza di alcune tele rosse che, incandescenti, catturano l'attenzione e ci mettono in allerta, percorrendo l'intera superficie dell'opera.
Tutta la grande parete si compone in un caos di immagini, pensieri, sogni, parole e disegni, dove i linguaggi entrano e si trasformano uno dentro l'altro: la scrittura diventa disegno e le immagini si riempiono di parole. Alcune fotografie, poi, segnano non dei punti fermi, ma solo delle indicazioni di ritmo da imprimere alla sequenza caotica delle figure, al fluire delle lettere e dei segni.
Ma esiste davvero una divisione e una distinzione tra i grandi discorsi come scienza, arte, storia... o tra le discipline come poesia, letteratura, pittura, arte, cinema? Anche queste divisioni, per Sieff, rimangono delle regole normative, dei modi per istituzionalizzare i discorsi e rivelano come sia necessario abbandonare i tracciati imposti dalle schematizzazioni. L'operazione di creazione dell'opera, per lei, irrompe come un evento che smaschera tutte le costruzioni a priori che sembrano regolamentare e ordinare i linguaggi.
Da sempre l'arte è considerata una forma del narrare, ma vedendo adesso, tutta insieme, l'opera di Anita Sieff, mi è chiaro come questa vocazione dell'arte stessa non sia una storia di risposte bensì, piuttosto, una storia di domande, di echi, di narrazioni incrociate tra culture, memorie, opere e soggetti diversi.La dimensione della percezione che l'artista attiva nella sua opera consente quell'esperienza in cui è già inscritto il racconto di una vita, dischiudendo   ed aprendo a nuove possibilità che il pubblico ripercorre e   ridefinisce a sua volta.
Nell'attraversare la mostra si ha la sensazione di essere dentro il fluire dell'esistenza, e di sentirne tutta la complessità crescere e trasformarsi. L'artista restituisce quel gigantesco affresco entro cui la vita di ognuno emerge ogni volta dai diversi stadi del sentire cosciente, reale e del sogno. È come una grande narrazione in cui ognuno ha la possibilità di definire la propria identità personale; un'identità che si costruisce al margine tra la scoperta e l'invenzione.



Ordine di Senso, Fondazione Querini Stampalia, Venezia, 2010