Anita Sieff
Situazioni della vita quotidiana:
    riconciliarsi con il presente
      John Peter Nilsson
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ESSAYS

Apsyche
Apsyche
Giulio Alessandri

Feeling is the Parameter of Contemporarity
Il Sentire è il Parametro del Contemporaneo
Marco Ferraris

Psychic Perception
La percezione psichica
Anita Sieff

A.A.A. (aderire all'aperto [adhering to the open]) - In search of Anita Sieff
A.A.A. (aderire all'aperto) - Cercasi Anita Sieff
Pierluigi Basso Fossali

Anita Sieff - La coscienza del vivere
Chiara Bertola

Situazioni della vita quotidiana: riconciliarsi con il presente
John Peter Nilsson

Prove di una "drammatica"
Stefano Coletto

Anita Sieff: Forms of Celebration
Anita Sieff: Forme di Celebrazione
Carlos Basualdo

The Art work as a place for relation
Opera come luogo della relazione
Chiara Bertola

The 21st Century Odalisque
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Rethinking art practises: What is the new in new?
Riconsiderando le pratiche artistiche: Cosa c'è di nuovo nel nuovo?
John Peter Nilsson

Scultura sociale
Maria Paola Sutto

Anita Sieff
Carlo Montanaro

La sperimentazione artistica in Guggenheim Public
Sandra Caroldi

Anita Sieff
Patricia A. Simpson


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  Nei progetti di Anita Sieff c'è un'atmosfera di malinconia. Ma non una malinconia deprimente o nostalgica. Proprio il contrario: parlano di hic et nunc . Ritorna spesso il concetto di tempo, ma il qui e l'adesso hanno un passato e un futuro. Vivere con il passato e cercare il futuro richiede un equilibrio tra sogni e realtà, tra le infinite possibilità del mondo interiore e i fatti e le cifre dell'esterno.
I suoi film, in particolare, ritraggono personaggi invischiati in relazioni complicate, al tempo stesso legati e alienati gli uni agli altri. Con allegra consapevolezza di sé, Sieff esplora le complessità della comunicazione umana, sia essa tra il reale e l'irreale all'interno di sé, o nei rapporti con gli altri. Dietro la nostra presenza fisica ci sono abissi invisibili di paure e speranze immaginarie. Quelle che Anita Sieff mette in scena sono, a mio parere, piattaforme riflessive utili a lei e a noi per capire perché viviamo.
Durante il periodo Classico si scoprì che le persone diverse possedevano quantità differenti di liquidi corporei e che un eccesso di bile nera induceva a un temperamento eccezionalmente riflessivo. Nell'interpretazione di Aristotele: "tutti gli uomini veramente fuori dell'ordinario, si distinguano essi nella filosofia, nell'arte di governo, nella poesia o nelle arti, sono malinconici – alcuni di loro al punto di soffrire dei malesseri causati dalla bile nera." ( Problemata, xxx, 1, 350 a.C.)
A Firenze, il pensatore neoplatonico Marsilio Ficino si rifece alle categorie aristoteliche nel suo De vita triplici (1482-89). La Chiesa aveva stigmatizzato la malinconia come una malattia mentale, ma Ficino chiamò in causa l'astrologia, da poco scoperta, per affermare che i nati sotto l'influsso del pianeta Saturno sviluppavano un particolare temperamento. Nel corso del Rinascimento,le affermazioni di Ficino furono accettate perché solo il temperamento malinconico si adattava alle idee di Platone sull'entusiasmo creativo.
Da allora, il concetto di malinconia è andato di pari passo con la creatività artistica. L'artista vede qualcosa che un'altra persona non vede o, meglio, l'artista si misura con   l'idea di transitorietà. Nel Romanticismo, attorno a questo artista malinconico si sviluppò il culto del genio. La distanza, il sapere e la riflessione consentono all'artista di non cadere nel panico o nella disperazione di fronte all'incomprensibile o all'ignoto. Al contrario, l'idea di assenza e di transitorietà genera il desiderio paradossale di creare presenza e vita. Questo, pensava Freud, è il matrimonio necessario e armonico di Eros e Thanatos. Secondo lui, le persone inventano artifici di vario genere per scongiurare le proprie angosce legate al passare del tempo.
L'arte moderna dei primi del Novecento vede una testarda affermazione di questa idea di transitorietà. Ma c'era spazio per la riflessione o per la distanza? Nel complesso le persone concorrevano a creare una vita moderna in cui il tempo non era solo denaro, ma anche una mancanza. Una mancanza nevrotica. "Riti di passaggio – così sono dette nel folclore le cerimonie connesse alla morte, alla nascita, al matrimonio, al diventare adulti ecc. Nella vita moderna questi passaggi sono divenuti sempre più irriconoscibili e impercettibili. Siamo diventati molto poveri di esperienze della soglia," scrive Walter Benjamin in Das Passagen-Werk (1927-40).

Anita Sieff nelle sue opere non illustra dei “riti di passaggio”. Nelle fotografie, film, installazioni video o sonore mette in scena, piuttosto, delle situazioni di soglia e lo stesso vale per le sue azioni dal vivo. Svincolate dai generi, non sembrano seguire nessuna logica narrativa specifica. A Sieff non interessano specificamente i collegamenti casuali. Le interessano le persone, la mente umana e la comprensione a volte illogica che essa ha del mondo e di sé. Le persone parlano, ma anche le lacune e i balzi improvvisi del pensiero sono importanti. Anche il silenzio è un ritmo.
Nella celebre composizione musicale di John Cage 4'33" il pianista va al pianoforte e per quattro minuti e 33 secondi non tocca nessun tasto. Si sente tutto, tranne la composizione. Si sente il pubblico che sospira, sbadiglia, bisbiglia… si sentono i rumori tipici della sala da concerto, la strada all'esterno… Il pianista non ha alcuno spazio di interpretazione, se non quello di tenere d'occhio il cronometro. Ciò che si sente è il frutto del caso. Non si sente ciò che è stato scritto dal compositore.
Di fronte alle opere di Anita Sieff penso spesso a John Cage e alla sua particolare interazione tra casualità e solitudine. Penso anche che le sue opere hanno molto in comune con la città di Venezia e le sue incredibili, particolari circostanze. In una lettera al compositore Peter Gast (Rudolf Köselitz) scritta nei primi anni '80 dell' Ottocento, Friedrich Nietzsche scrisse: "Cento solitudini profonde che si ritrovano formano Venezia. Da qui la sua magia. Un simbolo per gli uomini del futuro." È una descrizione tragicamente bella di Venezia. Una città dove individui soli possono vivere insieme. Ma anche una città in cui perdersi, salvo poi scoprire all'improvviso di essere di nuovo al punto di partenza.
Nel capitolo intitolato “Camminare per la città” in L'invenzione del quotidiano (1980, trad. it. 1990) Michel de Certeau scrive: "l'operazione di camminare, del vagare o del "rimirare le vetrine", ovverosia l'attività dei passanti, è trasposta in punti che compongono su un piano una linea totalizzante e reversibile. Resta così soltanto una reliquia, posta nel non tempo di una superficie di proiezione, che pur se visibile ha per effetto di rendere invisibile l'operazione che l'ha resa possibile. Delineando un percorso si perde la memoria. La traccia si sostituisce alla pratica. E manifesta la proprietà (vorace) del sistema geografico di poter trasformare l'agire in leggibilità, facendo però dimenticare un modo di essere al mondo.” (pp. 150-151)
Venezia è una città fatta per camminarci. Camminare è come una metafora del trascorrere del tempo. Ma camminare è un moto del dimenticare? È pure un moto della memoria, del ricordo? È una cosa e l'altra. È uno stato oltre il tempo e lo spazio. È qui e adesso. Noi ci lasciamo qualcosa alle spalle, ma siamo diretti da qualche parte. Oppure, come riflette Joseph Brodsky nel suo libro Fondamenta degli incurabili (1992) il moto dell'acqua è un emblema del fluire della vita. L'uno si confonde nell'altro. Quando qualcosa muore, qualcos'altro nasce. Come Venezia. All'improvviso il mondo esterno alla città cessa di esistere. Io mi avvicino a me stesso. Sono più prossimo alle persone e ai luoghi che incontro. Mi ritrovo coinvolto in un flusso di avvenimenti. Non riesco a separare il reale dall'irreale …
A prescindere dal contesto in cui opera, Anita Sieff crea la sensazione di trovarsi in un qualche tipo di moto - un moto mentale, spirituale. Ancora una volta, il tempo. Si parla del modo in cui le persone, o meglio i pensieri e le emozioni, entrano in rapporto e interagiscono tra loro. La sua malinconia è bellissima. È anche etica. Il mio corpo è la mia prigione, ma la mia anima è libera. È nello spirito della comunione che condivido la mia anima. Anita Sieff crede fermamente nell'energia creativa delle persone che si uniscono. Puoi non essere felice, ma se accetti il qui e l'adesso, se provi fiducia nei confronti del tuo prossimo, anche a te sarà data fiducia.
Nel Secondo Manifesto del Surrealismo (1929), André Breton scrive: "Tutto porta a credere che esista un punto dello spirito da cui la vita e la morte, il reale e l'immaginario, il passato e il futuro, il comunicabile e l'incomunicabile, l'alto e il basso cessano di essere percepiti come contraddittorii. Ora, sarebbe vano cercare, alla base dell'attività surrealista, altro movente che non sia la speranza di determinare questo punto."
Anita Sieff è una surrealista sui generis, ma nella sua pratica artistica si riflette la possibile identificazione di quel punto. Sullo sfondo del mondo contemporaneo e di una esistenza sempre più fugace, la sua è una missione importante. Anita Sieff non è alla ricerca di una verità universale, piuttosto combatte deliberatamente contro l'esistenza spettacolare e sensazionale del presente, e la sua arte è in netto contrasto con le stupidaggini dei media popolari. Anita Sieff è alla ricerca del personale nel pubblico.



Ordine di Senso, Fondazione Querini Stampalia, Venezia, 2010