Anita Sieff
Riconsiderando le pratiche artistiche:
    Cosa c'è di nuovo nel nuovo?
      John Peter Nilsson
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ESSAYS

Apsyche
Apsyche
Giulio Alessandri

Feeling is the Parameter of Contemporarity
Il Sentire è il Parametro del Contemporaneo
Marco Ferraris

Psychic Perception
La percezione psichica
Anita Sieff

A.A.A. (aderire all'aperto [adhering to the open]) - In search of Anita Sieff
A.A.A. (aderire all'aperto) - Cercasi Anita Sieff
Pierluigi Basso Fossali

Anita Sieff - La coscienza del vivere
Chiara Bertola

Situazioni della vita quotidiana: riconciliarsi con il presente
John Peter Nilsson

Prove di una "drammatica"
Stefano Coletto

Anita Sieff: Forms of Celebration
Anita Sieff: Forme di Celebrazione
Carlos Basualdo

The Art work as a place for relation
Opera come luogo della relazione
Chiara Bertola

The 21st Century Odalisque
Diane Lewis

Rethinking art practises: What is the new in new?
Riconsiderando le pratiche artistiche: Cosa c'è di nuovo nel nuovo?
John Peter Nilsson

Scultura sociale
Maria Paola Sutto

Anita Sieff
Carlo Montanaro

La sperimentazione artistica in Guggenheim Public
Sandra Caroldi

Anita Sieff
Patricia A. Simpson


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  Viviamo in un mondo che sta drammaticamente cambiando. Sì, lo so, l'hanno già detto, cento come dieci anni fa, ogniqualvolta ci si è ritrovati a confrontarsi con la vita contemporanea. E' un cliché. Ma la novità non sta ora nel fatto che viviamo in un mondo che è di per se stesso un cliché?

Nel 1987, Umberto Eco, in Sette anni di desiderio scrisse: "Disneyland può permettersi di commercializzare la propria ricostruzione come un capolavoro di falsità, visto che i beni commercializzati non sono copie vere ma prodotti genuini.
Ciò che è falso è il nostro bisogno di acquistare, che noi percepiamo come vero, e da questo punto di vista Disneyland è la vera quintessenza dell'ideologia consumistica".

Okay, anche questa non è un gran novità, lo ammetto. Proviamoci con un'altra citazione, questa volta tratta dal diario di Andy Warhol del 27 giugno 1983: "Ma dopo tutto, dagli anni sessanta, dopo tutti questi anni e tutta la 'gente' nei giornali, non sappiamo niente di più di questa gente. Forse si sa di più ma non meglio. Come abitare con qualcuno e non saper niente di lui. E così a cosa ti serve tutta questa informazione?" Mah, Andy, alle volte non lo so nemmeno io!

Un'altra citazione, questa volta Rafael Argullol ed Eugenio Trías da El cansanciode Occidente del 1992: "La passività è il simbolo degli uomini d'oggi. Ed' è chiaro: se le persone vengono trasformate in spettatori e derubate di ogni possibilità di influenza, si crea una persona passiva. Ma tutto questo, naturalmente, accade sotto le mentite spoglie del suo opposto. Qualsiasi pseudo-avvenimento accade nel flusso di un'attività costante; un'attività che rafforza la passività, un movimento ininterrotto che svanisce nell'immobilità. Tutti noi parliamo dello stress e della frenesia della nostra società, ma l'impressione ultima è di una ricerca di vacuità".

Va bene, basta con le citazioni. Quel che c'è di nuovo nel nuovo oggigiorno è che molti di noi, almeno della classe media occidentale, mai come prima hanno la possibilità di stare nel mondo. Se abbiamo accesso all'informatica, o
abbastanza soldi, senza per questo essere ricchi, il mondo si rimpicciolisce e possiamo virtualmente viaggiare sul serio ed esser parte del mondo oltre i nostri confini geografici. Come se l'utopia dell'universalità si fosse avverata.

D'altro canto, però, una sensazione sembra aggirarsi, che ci fa sentire nello stesso tempo al di fuori di questo nuovo mondo. E' un paradosso, più aumentano le informazioni sul mondo e più diminuisce la nostra conoscenza. Non solo consumiamo prodotti, ma anche mezzi di comunicazione e quel che rappresentano. Certo, Marshall McLuhan aveva ragione. Spesso è il mezzo ad essere il messaggio.

Ma come affrontare tutto ciò? Come può un artista fare qualcosa senza che questo diventi un'attività priva di senso e autoreferenziale? E' un cul de sac postmoderno. Esiste una via d'uscita?

Come soggetto dobbiamo situarci. Dobbiamo imparare a comprendere che siamo sempre globali - da qualche parte. La geografia è in pezzi e dobbiamo iniziare a navigare basandoci sulla nostra esperienza. Il veicolo, per un viaggio di questo genere, non è "Chi sono", ma "Quando sono?". In un mondo globale dobbiamo navigare con un linguaggio globale, o ci perdiamo. Ma le nostre esperienze non sono solo globali, sono esperienze sia personali, radicate nel privato, quanto esperienze collettive, parte di un mondo che molti di noi condividono. Allora dobbiamo ripensare a cosa significhi un'esperienza in relazione ad un linguaggio, e specialmente al fatto che il linguaggio non è separato né dal nostro corpo e né dal contesto in cui agiamo.
Il linguaggio è in un flusso costante e interagisce in qualsiasi contesto e situazione in cui entriamo.

Questa frizione continua tra esperienza e linguaggio crea intraducibili distanze. E poiché il Sé può comprendere solo una parte di se stesso, e necessita dell'Altro per comprendere il tutto, un dialogo tra esperienza e linguaggio non può accadere solo sulla base di una mutua comprensione. Se volessi misurarmi, se volessi trovare la mia posizione nei pezzi di geografia, dovrei raccontare una storia - la mia storia. Se la storia è vera, è mia e di nessun altro. Naturalmente tutto ciò crea una incomprensione, una distanza intraducibile tra me e gli altri. Il nuovo nel nuovo oggigiorno è di combattere per avere uno spazio in questo mondo per raccontare questa storia.
Non è lo spazio cibernetico. Non è lo spazio etnico. E' uno spazio mentale, dentro di me, dentro un altro essere umano.


Simposio sull'Amore, Venezia, 2000