Anita Sieff
Ordine di Senso
      Fondazione Querini-Stampalia, Venezia, 2010
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SELECTED INSTALLATIONS

Psyche, Ca'Pesaro Museum, Venice, 2011 [eng]  [ita]  [video]

Ordine di Senso, 2010
Venezia, Fondazione Querini-Stampalia
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the drama of love at the Fortuny Museum in Venice, 2003 [eng]  [ita]

moda è modo, 2001

social sculpture #2 at Tonic in New York City, 2000

symposium on Love in Venice, 2000 [eng]  [ita]

social sculpture #2 teatro Fondamenta Nove in Venice, 2000

social sculpture #1 the Kitchen in New York City, 1999 [eng]  [ita]


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video "Ordine di Senso"

Anita Sieff - La coscienza del vivere

di Chiara Bertola

Quale sentire riconosco nel frastuono della realtà contemporanea? A quale linguaggio devo prestare ascolto? Che valore hanno le immagini dei sogni rispetto a quelle della realtà? Quale coscienza riesco ad avere dell'impermanenza della vita?
Questo il tenore delle domande sollecitate da "Ordine di senso", la mostra di Anita Sieff pensata e "cresciuta" negli spazi e nella storia della Fondazione Querini Stampalia. L'artista propone di seguirla su un cammino intellettuale e visionario che simbolicamente mette al centro i fenomeni che caratterizzano gli emisferi del nostro cervello - quello destro del sogno, delle emozioni e quello sinistro della veglia, della logica - per inoltrarsi nell'intimità profonda dell'io, quindi attraversare le emozioni e giungere alla coscienza soggettiva «molto spesso addormentata anche se nello stato di veglia».
La mostra si compone di video, di racconti disegnati e scritti, di report di sogni, di mappe astrologiche, di oggetti, di talismani, di lettere, di fotografie, di voci, di odori, di suoni, di luce, di rosso e di oro... Ogni frammento esposto porta a dimostrare come la soglia sulla quale si rappresentano e animano le visioni del nostro sentire, sia sempre fluida e in costante trasformazione.
La mostra di Anita Sieff è un'esperienza che avvicina a quel "confine" cui è possibile avere accesso soltanto a costo di non tenersi nei limiti. Perché questo è forse quello che ci chiede prima di tutto l'artista: abbandonare il problema dell'orizzonte unico, per analizzare la frattura, il margine, le trasformazioni, le relazioni. Andare alle origini, recuperare la Storia, diventa, come sottolinea l'artista, «il modo per riconoscere la bontà di un piano che ci ri-orienti e conforti nel farci approdare al nostro destino personale».
Molto del suo lavoro si è nutrito di saperi trasversali, percorsi occulti e dottrine dimenticate come l'Alchimia e l'Astrologia o di quelle teorie scientifiche più rivoluzionarie. È sensibile, per esempio, a quell'indeterminazione su cui si basa la fisica dei Quanti: un qualcosa (o un qualcuno) s'individua non più nella chiusa e rigida relazione di causa ed effetto newtoniana, ma tenendo conto di una serie di stadi di reazione e di condizioni di mutabilità non solo spazio-temporali. In tale prospettiva una cosa è sopra, sotto, ma anche di lato, dentro, fuori...
La realtà di fronte alla quale ci pone quest'artista è, infatti, discontinua, caotica ma soprattutto sempre in trasformazione. È come una realtà microfisica della quale, nel momento in cui si cerca di osservarla e comprenderla, sfuggono le regole.
Vivere la realtà non significa essere identificati dai fatti che la compongono: Sieff ci indica quell'altro modo, centrato sulla consapevolezza dell'osservatore o del percettore, sullo sguardo che non porta attribuzione. Da questo punto di vista i fatti sfilano, accadono incessantemente, nascono e muoiono alla percezione. Diventa evidente, se così viene osservata la realtà, il principio dell'impermanenza, dell'inconsistenza, della transitorietà, della vacuità di tutto il manifestato. Anita entra dentro quest'inconsistenza e la sua mostra è un percorso in cui tutto viene sospeso per entrare e continuare a trasformarsi in qualcosa d'altro finché io, riconoscendolo, non gli ho dato un senso.
Così, la narrazione o meglio le narrazioni, i piani sequenza del film della sua installazione principale, " Ordine di senso ", sono percorsi da un moto spezzato, secondo cui le immagini non seguono un fluire lineare, ma piuttosto una proliferazione di tragitti e di direzioni, in un'apertura continua di prospettive inaspettate e imprevedibili.
Ordine di senso è formata da tre schermi su cui scorrono le immagini di tre stati della nostra mente: la veglia (l'attenzione, la logica di un racconto lineare ), il sogno (le apparizioni dell'immaginazione) e la coscienza (la percezione di sé); in tale rappresentazione l'artista ha voluto insinuare il sospetto che di questi tre livelli non si riesca mai ad avere una completa unità, mai la simultaneità dei registri.
Accettando l'impermanenza come principio base dell'esistenza, sappiamo che possiamo fluire e muoverci con le circostanze eternamente mutevoli della vita, anche se niente succede mai veramente per caso, ed ogni cosa prova che ognuno procede per diventare ciò che è. I pensieri, le emozioni, le azioni, sono sempre lì, in un flusso incessante che scorre nel presente; le cose che sono accadute sono diventate memoria, ma sono ancora disponibili, testimoni pronti per ogni comparazione e connessione; quelle che accadranno sono anch'esse lì, come prefigurazione, desiderio, sogno, proiezione. Dodici persone camminano avanti e indietro in un enorme magazzino dismesso. Sono attori, alcuni vestiti con abiti di scena, altri con l'abbigliamento di ogni giorno. C'e un uomo con un cappello di paglia e occhiali neri che tenta di imporsi come regista, ma nessuno gli bada. Il film, come mi rivela l'artista, nasce da un sogno che lei stessa ha realmente fatto, in cui è dentro un set dove gli attori stanno aspettando invano il loro regista. Un tema ricorrente nella storia del cinema, ma che questa volta è usato come pretesto, utile soltanto ad accentuare e rappresentare lo stato ambiguo tra la finzione e la realtà, per cucire tempi diversi della storia con quelli del presente. L'attesa degli attori diventa un felice pretesto che dà loro tempo - la scena si svolge anche nel Palazzo della Querini - e consente all'artista di risolvere gli andirivieni tra la storia e la realtà, ad esempio di connettere il passato con il presente facendo incontrare uno degli attori/Andrea Querini con il fantasma di Elena Mocenigo sua moglie. In quest'attesa infinita del regista, gli attori riescono a darsi tempo per "vedere" e mettersi all'ascolto di qualcosa che non avrebbero mai nè visto nè udito... Nelle sale del Museo, la mostra di Anita Sieff continua con quattro installazioni sonore e non è un caso che in una delle stanze ci sia una voce che insistente e malinconica dica, in più lingue, «hai tempo per me». Già... darsi tempo...
Riconosco in questo procedere dietro la camera da presa di Anita Sieff, l'insegnamento del suo maestro, Michelangelo Antonioni, con il quale l'artista ha collaborato in diverse occasioni e a cui questa mostra è dedicata.
«Per quanto mi riguarda all'origine c'è sempre un elemento esterno, concreto, non un concetto, una tesi, e c'è anche un po' di confusione, all'origine probabilmente il film nasce proprio da questa confusione... La difficoltà consiste nel mettere ordine» (Michelangelo Antonioni).
Ma cosa significa per quest'artista mettere ordine? In un periodo in cui a scrivere la Storia sono soprattutto i media, riuscire a raccontare la propria storia significa emanciparsi dall'omologazione e dall'appiattimento che l'informazione impone disattivando la nostra coscienza; significa formarsi un'immagine capovolta del potere, smettere di credere che ci parlino di libertà tutti coloro che oggi vogliono farci dire chi siamo, cosa facciamo, cosa dobbiamo ricordare e cosa abbiamo dimenticato, quello che non dobbiamo pensare, quello a cui dobbiamo credere o non credere affatto.
Riscrivere un proprio "ordine di senso" significa, per quest'artista, darsi la possibilità di un proprio destino, chiedere a ognuno di non fidarsi dei dati ricevuti e di un unico parametro di interpretazione ma di dare valore al proprio sentire.
Ecco perché, per Anita, il sentire è il parametro del contemporaneo. Solo i nostri sensi - quelli del sentimento e dell'intuizione - danno il tracciato e la mappa su cui muoversi. Un po' come dire: è necessario fare ordine per poter avere chiarezza.
Anche nell'incontro con l'opera il visitatore può elaborare, portare in sé e con sé significati diversi, contribuendo anch'egli a dare un ulteriore ordine al senso delle cose.
Entriamo per esempio nella stanza che contiene Interni . L'opera nell'angolo a parete è composta da tante piccole tele bianche quasi a formare idealmente la sagoma di un cervello. Sulle telette sono disegnate con matita sottile e lieve sagome perlopiù di vasi, ciotole, bottiglie, contenitori che si mischiano a forme di cervello, carciofi, finocchi, ananas. Il ritmo pacato della trama fitta delle tele bianche, è acceso ogni tanto dalla presenza di alcune tele rosse che, incandescenti, catturano l'attenzione e ci mettono in allerta, percorrendo l'intera superficie dell'opera.
Tutta la grande parete si compone in un caos di immagini, pensieri, sogni, parole e disegni, dove i linguaggi entrano e si trasformano uno dentro l'altro: la scrittura diventa disegno e le immagini si riempiono di parole. Alcune fotografie, poi, segnano non dei punti fermi, ma solo delle indicazioni di ritmo da imprimere alla sequenza caotica delle figure, al fluire delle lettere e dei segni.
Ma esiste davvero una divisione e una distinzione tra i grandi discorsi come scienza, arte, storia... o tra le discipline come poesia, letteratura, pittura, arte, cinema? Anche queste divisioni, per Sieff, rimangono delle regole normative, dei modi per istituzionalizzare i discorsi e rivelano come sia necessario abbandonare i tracciati imposti dalle schematizzazioni. L'operazione di creazione dell'opera, per lei, irrompe come un evento che smaschera tutte le costruzioni a priori che sembrano regolamentare e ordinare i linguaggi.
Da sempre l'arte è considerata una forma del narrare, ma vedendo adesso, tutta insieme, l'opera di Anita Sieff, mi è chiaro come questa vocazione dell'arte stessa non sia una storia di risposte bensì, piuttosto, una storia di domande, di echi, di narrazioni incrociate tra culture, memorie, opere e soggetti diversi.La dimensione della percezione che l'artista attiva nella sua opera consente quell'esperienza in cui è già inscritto il racconto di una vita, dischiudendo   ed aprendo a nuove possibilità che il pubblico ripercorre e   ridefinisce a sua volta.
Nell'attraversare la mostra si ha la sensazione di essere dentro il fluire dell'esistenza, e di sentirne tutta la complessità crescere e trasformarsi. L'artista restituisce quel gigantesco affresco entro cui la vita di ognuno emerge ogni volta dai diversi stadi del sentire cosciente, reale e del sogno. È come una grande narrazione in cui ognuno ha la possibilità di definire la propria identità personale; un'identità che si costruisce al margine tra la scoperta e l'invenzione.


Situazioni della vita quotidiana: riconciliarsi con il presente

di John Peter Nilsson

Nei progetti di Anita Sieff c'è un'atmosfera di malinconia. Ma non una malinconia deprimente o nostalgica. Proprio il contrario: parlano di hic et nunc . Ritorna spesso il concetto di tempo, ma il qui e l'adesso hanno un passato e un futuro. Vivere con il passato e cercare il futuro richiede un equilibrio tra sogni e realtà, tra le infinite possibilità del mondo interiore e i fatti e le cifre dell'esterno.
I suoi film, in particolare, ritraggono personaggi invischiati in relazioni complicate, al tempo stesso legati e alienati gli uni agli altri. Con allegra consapevolezza di sé, Sieff esplora le complessità della comunicazione umana, sia essa tra il reale e l'irreale all'interno di sé, o nei rapporti con gli altri. Dietro la nostra presenza fisica ci sono abissi invisibili di paure e speranze immaginarie. Quelle che Anita Sieff mette in scena sono, a mio parere, piattaforme riflessive utili a lei e a noi per capire perché viviamo.
Durante il periodo Classico si scoprì che le persone diverse possedevano quantità differenti di liquidi corporei e che un eccesso di bile nera induceva a un temperamento eccezionalmente riflessivo. Nell'interpretazione di Aristotele: "tutti gli uomini veramente fuori dell'ordinario, si distinguano essi nella filosofia, nell'arte di governo, nella poesia o nelle arti, sono malinconici – alcuni di loro al punto di soffrire dei malesseri causati dalla bile nera." ( Problemata, xxx, 1, 350 a.C.)
A Firenze, il pensatore neoplatonico Marsilio Ficino si rifece alle categorie aristoteliche nel suo De vita triplici (1482-89). La Chiesa aveva stigmatizzato la malinconia come una malattia mentale, ma Ficino chiamò in causa l'astrologia, da poco scoperta, per affermare che i nati sotto l'influsso del pianeta Saturno sviluppavano un particolare temperamento. Nel corso del Rinascimento,le affermazioni di Ficino furono accettate perché solo il temperamento malinconico si adattava alle idee di Platone sull'entusiasmo creativo.
Da allora, il concetto di malinconia è andato di pari passo con la creatività artistica. L'artista vede qualcosa che un'altra persona non vede o, meglio, l'artista si misura con   l'idea di transitorietà. Nel Romanticismo, attorno a questo artista malinconico si sviluppò il culto del genio. La distanza, il sapere e la riflessione consentono all'artista di non cadere nel panico o nella disperazione di fronte all'incomprensibile o all'ignoto. Al contrario, l'idea di assenza e di transitorietà genera il desiderio paradossale di creare presenza e vita. Questo, pensava Freud, è il matrimonio necessario e armonico di Eros e Thanatos. Secondo lui, le persone inventano artifici di vario genere per scongiurare le proprie angosce legate al passare del tempo.
L'arte moderna dei primi del Novecento vede una testarda affermazione di questa idea di transitorietà. Ma c'era spazio per la riflessione o per la distanza? Nel complesso le persone concorrevano a creare una vita moderna in cui il tempo non era solo denaro, ma anche una mancanza. Una mancanza nevrotica. "Riti di passaggio – così sono dette nel folclore le cerimonie connesse alla morte, alla nascita, al matrimonio, al diventare adulti ecc. Nella vita moderna questi passaggi sono divenuti sempre più irriconoscibili e impercettibili. Siamo diventati molto poveri di esperienze della soglia," scrive Walter Benjamin in Das Passagen-Werk (1927-40).

Anita Sieff nelle sue opere non illustra dei “riti di passaggio”. Nelle fotografie, film, installazioni video o sonore mette in scena, piuttosto, delle situazioni di soglia e lo stesso vale per le sue azioni dal vivo. Svincolate dai generi, non sembrano seguire nessuna logica narrativa specifica. A Sieff non interessano specificamente i collegamenti casuali. Le interessano le persone, la mente umana e la comprensione a volte illogica che essa ha del mondo e di sé. Le persone parlano, ma anche le lacune e i balzi improvvisi del pensiero sono importanti. Anche il silenzio è un ritmo.
Nella celebre composizione musicale di John Cage 4'33" il pianista va al pianoforte e per quattro minuti e 33 secondi non tocca nessun tasto. Si sente tutto, tranne la composizione. Si sente il pubblico che sospira, sbadiglia, bisbiglia… si sentono i rumori tipici della sala da concerto, la strada all'esterno… Il pianista non ha alcuno spazio di interpretazione, se non quello di tenere d'occhio il cronometro. Ciò che si sente è il frutto del caso. Non si sente ciò che è stato scritto dal compositore.
Di fronte alle opere di Anita Sieff penso spesso a John Cage e alla sua particolare interazione tra casualità e solitudine. Penso anche che le sue opere hanno molto in comune con la città di Venezia e le sue incredibili, particolari circostanze. In una lettera al compositore Peter Gast (Rudolf Köselitz) scritta nei primi anni '80 dell' Ottocento, Friedrich Nietzsche scrisse: "Cento solitudini profonde che si ritrovano formano Venezia. Da qui la sua magia. Un simbolo per gli uomini del futuro." È una descrizione tragicamente bella di Venezia. Una città dove individui soli possono vivere insieme. Ma anche una città in cui perdersi, salvo poi scoprire all'improvviso di essere di nuovo al punto di partenza.
Nel capitolo intitolato “Camminare per la città” in L'invenzione del quotidiano (1980, trad. it. 1990) Michel de Certeau scrive: "l'operazione di camminare, del vagare o del "rimirare le vetrine", ovverosia l'attività dei passanti, è trasposta in punti che compongono su un piano una linea totalizzante e reversibile. Resta così soltanto una reliquia, posta nel non tempo di una superficie di proiezione, che pur se visibile ha per effetto di rendere invisibile l'operazione che l'ha resa possibile. Delineando un percorso si perde la memoria. La traccia si sostituisce alla pratica. E manifesta la proprietà (vorace) del sistema geografico di poter trasformare l'agire in leggibilità, facendo però dimenticare un modo di essere al mondo.” (pp. 150-151)
Venezia è una città fatta per camminarci. Camminare è come una metafora del trascorrere del tempo. Ma camminare è un moto del dimenticare? È pure un moto della memoria, del ricordo? È una cosa e l'altra. È uno stato oltre il tempo e lo spazio. È qui e adesso. Noi ci lasciamo qualcosa alle spalle, ma siamo diretti da qualche parte. Oppure, come riflette Joseph Brodsky nel suo libro Fondamenta degli incurabili (1992) il moto dell'acqua è un emblema del fluire della vita. L'uno si confonde nell'altro. Quando qualcosa muore, qualcos'altro nasce. Come Venezia. All'improvviso il mondo esterno alla città cessa di esistere. Io mi avvicino a me stesso. Sono più prossimo alle persone e ai luoghi che incontro. Mi ritrovo coinvolto in un flusso di avvenimenti. Non riesco a separare il reale dall'irreale …
A prescindere dal contesto in cui opera, Anita Sieff crea la sensazione di trovarsi in un qualche tipo di moto - un moto mentale, spirituale. Ancora una volta, il tempo. Si parla del modo in cui le persone, o meglio i pensieri e le emozioni, entrano in rapporto e interagiscono tra loro. La sua malinconia è bellissima. È anche etica. Il mio corpo è la mia prigione, ma la mia anima è libera. È nello spirito della comunione che condivido la mia anima. Anita Sieff crede fermamente nell'energia creativa delle persone che si uniscono. Puoi non essere felice, ma se accetti il qui e l'adesso, se provi fiducia nei confronti del tuo prossimo, anche a te sarà data fiducia.
Nel Secondo Manifesto del Surrealismo (1929), André Breton scrive: "Tutto porta a credere che esista un punto dello spirito da cui la vita e la morte, il reale e l'immaginario, il passato e il futuro, il comunicabile e l'incomunicabile, l'alto e il basso cessano di essere percepiti come contraddittorii. Ora, sarebbe vano cercare, alla base dell'attività surrealista, altro movente che non sia la speranza di determinare questo punto."
Anita Sieff è una surrealista sui generis, ma nella sua pratica artistica si riflette la possibile identificazione di quel punto. Sullo sfondo del mondo contemporaneo e di una esistenza sempre più fugace, la sua è una missione importante. Anita Sieff non è alla ricerca di una verità universale, piuttosto combatte deliberatamente contro l'esistenza spettacolare e sensazionale del presente, e la sua arte è in netto contrasto con le stupidaggini dei media popolari. Anita Sieff è alla ricerca del personale nel pubblico.



Prove di una “drammatica”

di Stefano Coletto

Quello che colpisce dei lavori di Anita Sieff sono i tentativi di una “drammatica” che attraversa l’esperienza artistica quando questa si muove in stretta connessione con la vita; se esperienza artistica significa ricollocare e rinarrare le persone, i luoghi, le forme del proprio esistere, l’arte della recitazione e delle istruzioni sulla recitazione diventa un campo di forze in cui si gioca questa pratica.
Tuttavia il gioco è complesso; studiare una “drammatica” per la propria vita, in cui quindi il sé che costruisce la regia ricade sempre nello spazio che deve determinare, nella temporalità del film che deve editare, significa trovarsi all’interno di due condizioni radicali.
La prima mette in discussione la possibilità di un insieme di regole recitabili che sia esente da tensione, in quanto solo per tentativi si può costruire una rappresentazione della vita da un punto di vista interno alla vita stessa; quindi “veglia”, “sogno”, “coscienza” sono i tre livelli di visione che sconquassano ogni recita e rappresentazione.
La seconda è collegata al senso della parola ‘“drammatica“, da “dramma“, che signica in senso etimologico “azione”; il vivere in questo senso è la collezione di tutte le nostre azioni e dei nostri drammi, appunto, che si rincorrono, che tumultuosamente emergono dal nostro io, oppure che lo travolgono ogni giorno come ogni micro evento biologico che agisce sul nostro spazio psichico.
Per questa ragione, le corrispondenze tra un soggetto che agisce e si relaziona in ogni istante al mondo esterno sono tali che nessun film può tenerle insieme, come nessuno può sedersi senza corpo e senza azione per assistere alla ricerca di un Ordine di Senso mai rappresentabile radicalmente, perchè una rappresentazione rin-tracciabile tanto più è conclusa tanto più è astratta.
Un soggetto immerso e un soggetto diffuso, ancora “sogno”, “veglia”, “coscienza” che diventano disegni, oggetti, luci, che parlano di questo di tre livelli correlati e irresoluti e di questi tentativi di fissare una cornice di spazio, di tempo, in cui il senso naufraga sempre nei rimandi continui.
Certo è difficile l”ordine” nel balbettio della narrazione che genera avvolgenti brusii, che sono le tracce di forze che emergono: suoni, voci, musica, strutture temporali in sviluppo che rendono le vibrazioni dell’aria e si liberano nello spazio, raccolgono la nostra temperatura emotiva senza mai misurarla.
Questo accade perché anche nei ritagli musicali la “drammatica” non si chiude, non esplicita le regole ultime e fallisce sempre, perché deve necessariamente fallire se l’impulso che la genera è autentico. Il dramma più ardito e intenso si libera della costruzione formale e della recita imposta per aprire uno squarcio di autenticità e presenza: il pianto infrange l’equilibrio della musica di Mahler, come molti lavori che, coraggiosamente franti, liberano, pronunciano la loro intermittenza di senso.
Solo il desiderio può questo, perché è il desiderio di trovare un senso che ci porta a leggere, a cercare la “drammatica” della narrazione. Un desiderio che si costituisce come dimensione esistenziale e relazionale che appunta, annota, traccia, segna, ci porta a immaginare e disporre oggetti, ad accumulare registrazioni, note, mai archiviabili, sempre rivissuti per cercare di trattenerli prima della loro sparizione nelle immagini.
Credo che per Anita possa esistere una drammatica impossibile del desiderio.



Ordine di Senso

di Giulio Alessandri

Non è facile definire la tipologia della mostra “Ordine di senso” che Anita Sieff propone   nei diversi ambienti della Querini Stampalia. Mostra Antologica: rassegna di lavori diversi raggrumati per ordine di senso libero. Retrospettiva: puntuale ricucitura del passato, trama di tempo, tempo rinvenuto e reinventato alla luce del presente. Rassegna contemporanea costruita sul filo di un assoluto presente con molti lavori inediti, specifici e causati dall'evento e dai suoi spazi. I tre livelli si intrecciano a definire la trama del progetto.
Sollecitata dalla curatrice Chiara Bertola e dal suo interessante programma “Conservare il futuro”, nel quale l'arte contemporanea intercetta il passato nei luoghi storici del museo per poi raccogliersi al terzo piano nelle sale dedicate al contemporaneo, Anita Sieff ha costruito una mostra a trama multipla, a scrittura complessa, che potermmo definire circolare. Diversi infatti sono gli ordini di senso che aprono chiavi associative multiple intorno agli interessi storici dell'artista quali coscienza, veglia, sogno, relazione, osservato/osservatore, percezione, pubblico, l'ambiguità del reale, creazione di realtà, Weltanschaung, (fare mondi direbbe Birnbaum); ordini di senso che continuamente ritornano nicianamente a configurare figure dell'eterno in permanente disfacimento.. Si formulano così ipotesi d'esistenza che si realizzano (verrebbe voglia di dire si compiono) di volta in volta nella forma evento del rapporto tra individuo/Autore e moltitudine/Mondo. Mondo che diviene di volta in volta nella sua forma relazionale: l'Altro, il Pubblico, lo Spazio, l'Osservatore, la Società, etc. Per indagare questa complessa trama relazionale Sieff utilizza dei dispositivi di senso diversi che tendono a circoscrivere differentemente la scrittura nella sua olistica circolarità.
Il video, in Public 2006, videoinstallato in Ordine di senso 2010, pellicola riversata in digitale in Dislessica. La forma non informa 1999-2010, sembra dotare Sieff di uno sguardo professionale assimilabile a quello del regista. Ma una regia consapevole come quella di Anita conosce il dramma Wendersiano del conflitto/complicità tra le immagini ed il reale, conosce la complessità di percorsi creativi coautoriali o partecipati dove l'attore/ autore emancipato si svincola dalla regia ed irrompe sulla scena dell'arte con la propria verità, conosce l'espulsione drammatica dal reale, la sua messa a nudo, dove la macchina da presa da dispositivo inclusivo diviene esclusivo, trasformando il regista in un voyeur, figura mancata e separata dal mondo, che si realizza solo attraverso il desiderio o il sogno, si veda al proposito anche l'Etant donnés duchampiano. Ma Anita conosce anche altri dispositivi di senso capaci appunto di produrre altri ordini di senso. Conosce attraverso le istallazioni Cicaleccio 2010 , La luce modifica la coscienza 2008, Coppia 2004, come la materia del reale possa diventare reale attraverso il reale stesso (because everything is already made). Un reale sinestetico, a volte fenomenico, a volte in dissolvenza, a strati differenti d'esperienza, a strati differenti di coscienza amerebbe dire l'artista. Installazioni sonore e readings poetici intercettano lo spettatore nel silenzio della forma. E poi infine disegni, scritture, tele bianche, appunti, schizzi, progetti, note e altro a dire della circolarità dell'esperienza del processo creativo in andata e ritorno nel tempo e nello spazio. Dalla forma all'informe in andata e ritorno. Quell'instancabile Solve et Coagula che ci migliora e con il quale negoziamo di continuo la ns esistenza in forma e vento.



Domande e stupore

di Giovanni Rizzoli

Anita Sieff ha presentato presso gli spazi della Fondazione Querini Stampalia un'esposizione di video opere e disegni. Questa esposizione lascia sulla pelle di chi l'ha fruita quel sentire che  Venezia e soprattutto una Venezia estiva può lasciare a chi, in una estate umidissima calda e assolata, si metta a voler cercar se stesso, sia egli un turista o un abitante. In una voragine di tracce di rimandi di annotazioni di manipolazioni ma principalmente di immagini e di suoni Anita Sieff ci traghetta in un piacevole inferno fatto di noia di emozioni sottili di un piacere più subito che pienamente goduto. Il suo è un "neoesistenzialismo" ma che non  ha compiacimento, un modo di esprimersi attraverso un racconto estetico ma sincero, necessario ed emotivo quasi una confessione di una segreta condizione umana, sua e di una generazion che ancora si pone delle domande e vive in uno stato di stupore.



Lettera

di Carlo Pizzati

Cara Anita,
"Ordine di senso" è ancora meglio di quanto mi aspettassi. 
È difficile e ostico da seguire, come la vita. 
Poi, se hai la pazienza di capire, entri nell'opera vera e propria, ti lasci trasportare da quella stessa alienazione creata nell'accavallarsi di immagini e parole, come in un confuso flashback, e piano piano, con calma, scopri il filo, anzi i fili, e leggi la trama sull'altro lato del tappeto: vedi le tre narrative e le capisci. 
Superato l'ostacolo, giustamente posto, della difficoltà di prima lettura a uno sguardo e un ascolto troppo viziati dalla plastica facilità della comunicazione, si è avviluppati dal mondo di Anita e dal suo racconto, sia nell'incontro onirico-fantasmico tra i corridoi del Querini, sia nella lunga attesa filosofica della regia che non c'è, finanche nel lungo disvelarsi del confessionale zodiacale sulla sinistra del nostro cervello.
La realtà e i messaggi così abilmente tessuti nella vernice di queste indagini si presentano a chi guarda con ancora più capacità di penetrare nella percezione, di quanto non ci proponga quotidianamente la melassa stucchevole dell'autoracconto televisivo/internettiano che sazia oltre ogni capacità di sopportazione la nostra iconofagia.
Il Cicaleccio regala poi un respiro diverso, una Sieff quasi boschiva e vicina a un cielo non più astrologico ma astronomico. In quella stanza si viene risucchiati oltre quel dialogo di coscienze che procede là fuori. 
Poi c'è quella nostalgica gouache in 8mm, tra il bianco e nero di un amore che si rincorre su diversi schermi, piccole finestre vitree che si animano di struggente spleen per ciò che non è più e che forse è così intenso e così dolce proprio perchè è fatto di quella materia di cui son fatti i sogni. 
I tuoi bicchieri. Che ridere. Ti ho vista, dopo una delle tue cene considervolemente etiliche, che cerchi di agguantare il calice che pare cambiar forma per ballare il twist con le tue mani e sfuggire, piegarsi su un fianco e poi l'altro. E l'illuminazione dell'artista che poi decide di raffigurare proprio questo. Sarà un'interpretazione da valdagnese, ma mi è piaciuto concepirli così, quei 'bicieri imbriaghi'.
E tutto scorreva in armonia, dai tuoi neon tedeschi che rincorrono il tempo nel soffitto di casa tua, alla voce che chiede "Hai tempo per me?". 
Credo sia un trionfo della tua carriera di artista. Capito o meno da qualche oliva bollita di un achille o da qualche germanico cielo, che importa? C'è e c'è davvero.
Insomma, brava.