Anita Sieff
Anita Sieff, Psyche
      Ca’ Pesaro, Galleria Internazionale d’Arte Moderna, Venice, Italy
06/04-08/21/2011
  ABOUT   >>>>>


ESSAYS   >>>>>


SELECTED INSTALLATIONS

Psyche, Ca'Pesaro Museum, Venice, 2011 [eng]  [ita]  [video]

Ordine di Senso, 2010
Venezia, Fondazione Querini-Stampalia
 [video]

the drama of love at the Fortuny Museum in Venice, 2003 [eng]  [ita]

moda è modo, 2001

social sculpture #2 at Tonic in New York City, 2000

symposium on Love in Venice, 2000 [eng]  [ita]

social sculpture #2 teatro Fondamenta Nove in Venice, 2000

social sculpture #1 the Kitchen in New York City, 1999 [eng]  [ita]


WORKS   >>>>>
  allestmento
     
   

Il Sentire è il Parametro del Contemporaneo

di Marco Ferraris

“Il sentire come parametro del vivere contemporaneo” è la frase di Anita che mi ha fatto innamorare di lei.

La soggettività è una conquista del Novecento. Io credo che a livello di percezione solo l'umano moderno sia in grado di vivere questo stato. Il significato del portato è enorme perché dischiude all'impermanenza della dimensione psicologica e all'azzardo della proiezione soggettiva. La crisi nasce dall'impossibilità che ha la soggettività di trovare riferimenti esterni perché non ha ancora imparato ad usare il sentire come parametro. Il sentire non pretende di essere omologato, perché non può confrontarsi. La soggettività non trova applicazione sociale nella condivisione di appartenenze e deve quindi misurarsi con la coscienza di sé e questa è una dimensione anomala per l'idea preconcetta che abbiamo di comunità. La chiave e conquista del contemporaneo è dischiusa in questa zona così impraticata, così marginale da quelle che sono le norme di socializzazione.

Il mito è quell'esperienza riconosciuta oggettivamente e riconoscibile soggettivamente. Per questo è una dimensione comune ed è ancora uno strumento analogico importante. Ma ora il mito diventa la piattaforma del vivere, perché la nostra società ci impone un ritmo mitico senza la sostanza intrinseca al mito poiché le istanze che si dischiudono sono meramente consumistiche. Il problema del contemporaneo è che confondiamo i nostri desideri, un po' anche per questioni di budget, con il ritmo impostoci dai mass media di dover appartenere al grande mito collettivo, pena il farci prendere da una tristezza ontologica per incapacità di rientrare in questa proiezione. Non è un caso che uno dei brand più vincenti, utilizzi come statement la frase “just do it” ma paradossalmente ci inviti alla libertà inchiodandoci all'atto consumistico dell'identificazione con il ­marchio. Come se non bastasse un altro noto stilista, utilizzando in modo più sofisticato l'idea di libertà, immette nel mercato scarpe mutuate dall'esercito polacco semplicemente contraddistinguendole con un semplice cerchio rosso e rendendole riconoscibili agli happy few come merce ­speciale. Il percorso psicologico è questo: “Io ho il tempo e la sofisticazione di riconoscere queste operazioni intellettuali e tu il denaro per comperarle nella prospettiva di essere riconosciuto dalla cerchia degli happy few ed appartenere così di diritto al mito contemporaneo.” È tuttavia importante capire cosa stia dietro all'idea che noi abbiamo del mito e a ciò che promette. Il mito classico greco era un avvicendamento di varie fasi del sentire che portava a una comprensione globale del tema in esame. Il mito contemporaneo consumistico si fonda sull'inappagato, su quel frammento che non vuole essere in relazione con il tutto. Come dice Barbara Kruger: “I shop therefore I am” non risolve la dimensione esistenziale dell'essere. Eppure vivere mitologicamente, come se ogni istante fosse paradigmatico, aprisse differenti porte di un mondo a noi sconosciuto, è fondamentale. L'artista è lì, in quel luogo solitario ma eroico come un pioniere. Ritengo che lo sia sempre stato nel corso degli anni perché ha sempre prestato la sua voce alla soggettività del sentire, la sua lirica all'eccedenza dei sentimenti.

Il problema dell'artista paradossalmente però è il bisogno di riconoscimento che non può che essere riflesso da un riconoscimento economico dello stesso sistema dell'arte. Una forzata compressione dentro ad uno schema che ne legifera i confini e le modalità di applicazione, dove il sentire si allinea alla convenienza di un volere oggettivo lontano dalla sua naturale origine soggettiva, implodendo a volte in una sorta di farsa. L'artista non deve volersi riconoscere, è questo il suo limite. Deve bastarsi. O forse il sistema dell'arte non deve cercare di espandersi troppo nelle dimensioni di mercato perché con i mass media il livello di comunicazione non può che pretendere di essere mitico per l'urgenza di attrarre il più grande pubblico. Il portato mitico di un artista non sta nella sua capacità di proiettarsi come universo di valori per essere inglobato nella comunicazione distorta dai media. Può solo ritirarsi e sperare di vivere nei cuori di quei pochi che risuonano ancora perché hanno coltivato e custodito gelosamente la loro intimità, la loro anima. La loro soggettività.

Quando la soggettività diventa l'ardire di esprimere la propria passione allora è il dispositivo più interessante che possa esserci. È quello che fa scattare un coordinamento di processi psichici con quelli fisici in termini di sincronia e non di casualità. Sincronicità significa allora simultaneità di un certo stato psichico con uno o più eventi esterni che paiono paralleli significativi nella condizione momentaneamente soggettiva e, in certi casi anche viceversa. Il fenomeno della sincronicità come afferma Jung è la risultante di due fattori: “1) una immagine inconscia si presenta direttamente (letteralmente) o indirettamente (simboleggiata o accennata) alla coscienza come sogno, idea improvvisa o presentimento; 2) un dato fatto obiettivo coincide con questo contenuto.” Come si crea la coincidenza? La rappresentazione coincidente prende le mosse dall'inconscio e rientra quindi tra quelle idee che sono indipendenti da noi e sono causate da altro e non dal proprio pensiero. Anche Goethe pensa in termini magici riguardo agli eventi sincronistici. “Noi tutti abbiamo in noi un che di forze elettriche e magnetiche, e come il magnete esercitiamo un potere di attrazione o di ripulsione a seconda che veniamo in contatto con qualcosa di uguale o disuguale.”

La causalità che nel nostro mondo occidentale ha tanta importanza si è conquistata questo ruolo primario solo negli ultimi secoli oscurando ­sempre più un mondo fondato sui valori della metafisica. Da tempi immemorabili esiste invece nella filosofia cinese il concetto del Tao, che potremmo intendere come senso. Il Tao, senso, permea il pensiero cinese e ne produce una concezione del mondo totalmente diversa dalla nostra, al limite di una concezione fenomenica. La realtà per loro è una dimensione concettuale perché nelle cose stesse si cela una sorta di ordine implicito.

E mi viene da fare un parallelo con la precedente mostra alla Fondazione Querini Stampalia che Anita Sieff ha chiamato Ordine di senso in onore a questo vuoto che implica la potenzialità germinativa del nostro sentire e del nostro agire.